Che sarà di noi poveri mortali?

Nell’epoca del km 0, in cui tutti proclamano il recupero di un patrimonio che ha nutrito generazioni, tra campi sani e allevamenti virtuosi, prosperano i radical chic dai profumi costosi, vestiti di illustri brand che, in lussuosi palazzi mai sfiorati dal rumore di una macchina da cucire, stampano milioni di etichette per camuffare con il Made in Italy ciò che viene tessuto in Bangladesh.

Questi signori frequentano ristoranti ricercati, offrono prodotti caseari di pregio, secondo la moda del bio, e discutono, altolocati, di gusto, di mangiar sano, di scelta etica e rispettosa dell’ambiente. Si compiacciono di ricercate ricette dell’antica tradizione contadina, ormai elevate a patrimonio di un tempo in cui educazione e fraternità avrebbero creato l’armonia perfetta dell’umanità redenta.

È il sogno illusorio di un ritorno alle classi sociali, quando il don non identificava i poveri preti di campagna: quelli erano i curati delle perpetue, derisi nei salotti di pelle animale, tra brandy e sigari. Nostalgia di giorni in cui un saluto valeva come onore per il contadino sgobbito, lusingato di poter offrire il frutto delle proprie fatiche nella speranza di ottenere un favore per i figli. Che bei tempi, quando si potevano chiedere favori a caro prezzo senza timore del linciaggio dell’opinione pubblica: chi mai avrebbe creduto a un illetterato bifolco?

Oggi, invece, che miseria! Gente che non nota neppure il nostro passaggio, gente comune riconosciuta per ciò che è e non per ciò che mostra. Neppure l’illusione riesce a colmare quel vuoto, riempito solo di ricordi e desideri delusi, di egemonie svanite, dietro un mondo profondamente cambiato e deciso a cambiare ancora.

Un tempo il nemico era la Fiat, colpevole di voler invadere la tranquilla cittadina; poi, via via, altre aziende, persino una porcilaia. Ma come potremmo noi, eruditi e illustri don, tollerare che simili olezzi vengano a inquinare la salubre aria di questo regno incantato? Per carità: le povere genti potrebbero perfino inorgoglirsi nel vedersi entrare un mensile stabile proveniente da tale abominio. E allora chi adorerebbe il nostro vassallo? Chi busserà ai nostri portoni per chiedere un posto?

Oggi, tuttavia, il nemico più grande non sono le industrie, bensì i piccoli contadini, audaci nel creare aziende dove a produrre non è soltanto il grano, ma anche le bestiacce. Ed ecco che da tali ardimenti scaturiscono nauseabondi olezzi, capaci di turbare la quiete del regno, infestando col loro passaggio il fiorito ostello, insudiciandolo di escrementi, guano e — come amano dire nei verbali — reflui zootecnici.





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