Sono passati soltanto tredici giorni dalla morte di don Matteo, eppure sembra siano bastati a cancellarne la traccia dai cuori e dagli schermi. In quella prima ondata digitale, si sono moltiplicati cuori rossi, lacrime virtuali e condivisioni. Ma è bastato un nuovo trending topic, una notizia più brillante, perché tutto svanisse nel dimenticatoio.
La coscienza collettiva è effimera. Troppo scomodo chiedersi perché, troppo rischioso interrogarsi sul disagio silenzioso di una vocazione ferita. Don Matteo non è stato solo un sacerdote: è stato anche il volto invisibile di una crisi ignorata. Ma la sua morte, ormai, non fa più audience. E la verità? Quella fa ancora meno rumore.
Il popolo di Dio sembra preferire il rimbombo del silenzio alla forza dirompente della verità. Preferisce custodire l’immagine perfetta del tempio, piuttosto che accogliere l’imperfezione dell’anima.
Don Matteo non è un hashtag. È una ferita aperta che interpella tutti. E se anche stavolta il “sistema” ha coperto tutto, che almeno la sua morte non resti invano.

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