Se fossi io quel Samaritano?

Se fossi io quel Samaritano, non camminerei su una strada lontana nel tempo, ma su quella che ogni giorno percorro tra volti, sguardi e silenzi. Mi troverei davanti a un uomo ferito, non solo nel corpo, ma nell’anima, e sentirei che il suo dolore mi riguarda. Non potrei ignorarlo, perché la sua sofferenza mi parlerebbe di me, delle mie fragilità, delle mie paure. E allora mi fermerei. Non per dovere, ma perché il cuore mi direbbe che lì, in quel momento, si gioca la verità della mia umanità.

Al tempo di Gesù, i Samaritani erano considerati impuri, esclusi, da evitare. Eppure, è proprio uno di loro che diventa il volto della compassione. Se fossi io quel Samaritano, accetterei di essere visto come “altro”, ma non mi fermerei alle etichette. Mi farei prossimo, perché il dolore non ha confini, non chiede permesso, non distingue tra chi è dentro e chi è fuori. Fasciare le ferite, versare olio e vino, portare il peso dell’altro: ogni gesto sarebbe un atto d’amore, una preghiera silenziosa, un abbraccio che dice “tu non sei solo”.

La compassione non è un sentimento da salotto, ma una forza che mi spinge a sporcarmi le mani, a rinunciare a qualcosa di mio per restituire dignità a chi l’ha perduta. È con-passione: soffrire con, camminare accanto, sentire il peso dell’altro come fosse il mio. È lì che la fede si fa carne, che la spiritualità si fa gesto, che la parola si fa vita.

Come comunità cristiana, spesso abbiamo proclamato la compassione, ma ci siamo fermati all’annuncio. Abbiamo dimenticato che senza l’agito, la parola è vuota. Abbiamo celebrato santi, processioni, novene, ma abbiamo ignorato le statue viventi degli esclusi: la donna umiliata sul lavoro, la madre ignorata in casa, l’indifeso schiacciato dal potere, l’emarginato senza voce, chi vive il lutto, l’abbandono, la solitudine, i padri separati, gli anziani dimenticati. Se fossi io quel Samaritano, non chiederei chi è il mio prossimo, ma mi farei prossimo. Non per eroismo, ma per amore.

Crederei in una Chiesa che non si accontenta di parole, ma che indossa il grembiule della con-passione. Una Chiesa che scende da cavallo, che si china, che fascia le ferite dell’uomo piagato del nostro tempo. Una Chiesa che non porta statue in processione, ma che fa processione verso gli ultimi. Solo allora avrebbe senso celebrare i santi: come santi tra santi, come eco viva delle gesta che siamo chiamati a compiere.

Se fossi io quel Samaritano, lo sarei ogni volta che scelgo di vedere, di ascoltare, di fermarmi. Ogni volta che riconosco che anche io sono ferito, bisognoso di cura, e che solo nella reciprocità della compassione possiamo guarire. Perché la compassione non è perfezione, ma disponibilità. E in quel sì, fragile ma sincero, comincerebbe davvero il Regno di Dio.





Lascia un commento