
Eravamo a cena, io e alcuni colleghi psicologi e psicoterapeuti, quando la conversazione è scivolata su temi profondi, intimi, esistenziali. Un collega, parlando con sincerità del suo desiderio di sposarsi, ha confessato la propria difficoltà nel concepire la sessualità come monogama. Guardandomi negli occhi — consapevole del mio essere prima di tutto sacerdote, mi ha posto una domanda tanto semplice quanto destabilizzante: “Secondo te, può davvero esistere la monogamia sessuale in una coppia?”
Ad una domanda così importante non si risponde di impeto. Il rischio è di banalizzarla o di alzare un muro che impedisca la conversazione, la riflessione e l’incontro. Ho ascoltato la sua inquietudine, le sue argomentazioni, l’esperienza clinica che portava. Secondo lui, mentre l’amore può essere esclusivo, la sessualità tende per natura ad allargarsi, a cercare altrove, a svincolarsi dalle regole imposte dalla cultura o dalla religione. Ma quella domanda ha risuonato in me con forza, spalancando riflessioni che nascono dalla vita e dall’esperienza pastorale, oltre che dalle teorie psicologiche.
Ogni giorno, come sacerdote, raccolgo le confidenze di coppie che hanno camminato insieme per decenni, condividendo affetto, corporeità, prove e gioie. Mio padre, dopo sessantasette anni di matrimonio, pochi giorni prima della sua morte, mi disse con una serenità commovente: “Nella vita ho avuto e voluto solo tua madre.” Quella frase, semplice e potentissima, è testimone concreta che la monogamia sessuale non è solo possibile, ma è realizzata, vissuta, celebrata da chi ha scelto di prediligere, di far dimora nell’altro.
Dal punto di vista psicologico, la monogamia sessuale trova senso nella dinamica della predilezione. Quando una persona viene scelta non per convenienza ma per intima risonanza, essa diventa il centro affettivo e relazionale nel quale il desiderio si radica. La teoria dell’attaccamento di John Bowlby ci insegna che un legame sicuro crea una base affettiva stabile, nella quale la sessualità si manifesta come linguaggio di fiducia, appartenenza e intimità, non come impulso da frammentare.
Robert Sternberg, con la sua teoria triangolare dell’amore, evidenzia che la passione, l’intimità e l’impegno, se intrecciati, danno luogo a un amore completo, nel quale anche la dimensione sessuale può essere duratura e fedelmente coltivata. Esther Perel, pur sostenendo che il desiderio abita spesso la distanza e l’ignoto, riconosce che nelle relazioni monogame il desiderio può sopravvivere se c’è capacità di reinventarsi, di giocare, di sorprenderci all’interno della fedeltà.
Mi è capitato di leggere una riflessione emersa da studi recenti, secondo cui la soddisfazione sessuale nelle relazioni non dipende tanto dal modello adottato — che sia monogamia o altra forma consensuale — quanto dalla coerenza tra ciò che la coppia desidera e ciò che sceglie consapevolmente di vivere. In altre parole, quando lo stile relazionale è in sintonia con i valori condivisi, allora l’intimità non si disperde, ma si consolida. La monogamia, in questo senso, non è un’imposizione esterna, ma una possibilità libera, profonda, che se abbracciata con coscienza e reciprocità, può generare un amore duraturo e autentico.
Anche la biologia ci offre esempi significativi. Molti mammiferi — tra cui i gibbone, i lupi e i castori — vivono legami monogami che durano tutta la vita. Questo dimostra che la monogamia non è esclusivamente un costrutto culturale o religioso, ma può anche essere espressione naturale di alcune specie, tra cui la nostra, quando vi è una dimensione affettiva evoluta.
Tuttavia, il passaggio dal piano immanente a quello trascendente avviene quando questa predilezione non viene vissuta solo come strategia relazionale, ma come chiamata all’amore totale. San Giovanni Paolo II, nella sua teologia del corpo, ci mostra come il corpo sia sacramento: luogo teologico dove si celebra il dono, la reciprocità, la fecondità. L’unione sessuale, in questa visione, non è solo esperienza fisica, ma liturgia dell’amore, immagine incarnata dell’alleanza divina tra Dio e l’umanità.
Bonhoeffer aggiunge un pensiero provocatorio: non è l’amore a sostenere il matrimonio, ma il matrimonio a proteggere l’amore. Quando il matrimonio è vissuto come spazio sacro, come cerchio inviolabile, l’intimità della coppia diventa mistero da custodire, non da esibire. Ciò che avviene nella stanza nuziale è parte del sacramento della relazione, ed è proprio nella sua invisibilità che acquista valore.
Ricordo con intensità una scena vissuta durante l’addio al nubilato di un caro amico che conviveva da alcuni anni con la sua futura moglie. Durante la cena, tra giochi e battute, un amico, con tono scherzoso, gli rivolse una domanda apparentemente leggera: “Allora, domani sera come festeggerete? Sarete sposati, convivete da tempo, ma domani sarà diverso… raccontaci cosa farete sotto le lenzuola.” Dopo alcuni istanti di silenzio, abbassando lo sguardo e con voce calma e misurata, il futuro sposo rispose: “A questa domanda non rispondo. Rispondere significherebbe portarvi dentro qualcosa che non vi appartiene: ciò che piace o non piace a me, e soprattutto a mia moglie. E non posso farlo per due motivi. Il primo è che non è giusto permettere ad altri di entrare nel nostro rapporto. Ma ancora più importante: non è mio diritto condividere aspetti intimi di mia moglie. Sono cose che conosco solo io, e che conoscerò solo io.” In quel gesto e in quelle parole ho visto incarnata la consapevolezza di un’intimità vissuta come sacra, come spazio sigillato, rispettato, inviolabile. Non c’era moralismo, ma pudore, amore e protezione.
Quando una coppia non ha chiuso il cerchio dell’esclusività, quando altri occhi, parole, desideri si insinuano nel giardino dell’intimità, la relazione comincia a dissolversi. Tutto entra, tutto esce. Dubbi, rancori, tradimenti. Il vuoto che si cerca di colmare fuori, attraverso il tradimento o la confessione a terzi, non si riempie mai: anzi, si amplifica, e trasforma la relazione in un colabrodo affettivo e spirituale.
Per questo ho risposto al mio collega che sì, credo profondamente nella possibilità della monogamia sessuale. Non perché sia facile, né tantomeno scontata, ma perché essa rappresenta una forma alta di fedeltà: fedeltà alla persona che ho scelto e che mi ha scelto, fedeltà alle decisioni condivise, fedeltà al cammino costruito insieme. È la coerenza tra ciò che affermo e ciò che vivo, tra ciò che desidero e ciò che sono disposto a custodire. L’esclusività sessuale non è un’ideologia né una costrizione: è un atto di libertà interiore, un impegno che include corpo, mente e anima. È dire “io sono per te e non per altri”, non solo oggi, ma ogni giorno che verrà, anche quando la passione si trasforma in tenerezza, anche quando la fragilità si fa compagna del nostro vivere. L’intimità diventa allora uno spazio che non può essere condiviso né raccontato fuori: è il luogo dell’incontro profondo, del rispetto reciproco, della protezione dell’altro. L’amore fedele resiste perché sceglie ogni giorno di essere per quella persona e per nessun’altra, di mantenere chiusa la porta della stanza che è sacrario, di onorare la parola data. Non è la perfezione a salvare la coppia, ma la fedeltà concreta, incarnata, che esclude consapevolmente l’alternativa, il tradimento, il dubbio nutrito da altri volti. E così, quando l’altro diventa spazio sacro, e l’intimità si fa sacramento, l’amore non si dissolve ma si trasfigura. E resiste, come la casa costruita sulla roccia, alle intemperie del tempo, alle fragilità dell’umano, alle tentazioni dell’oltre.
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