“Che io non resti solo senza di Te, datore di vita, mio respiro, mia vita, mia gioia, mia salvezza” — Pavel Florenskij, citato da don Paolo Polesana, ritrovato morto la mattina della vigilia di Pasqua 2025 a soli 44 anni.
Quelle parole, che don Paolo ha citato e vissuto, non sono isolate. Oggi, migliaia di giovani sacerdoti in tutto il mondo le ripetono in silenzio, dentro un logorio costante, fatto di solitudine non cercata. Non è il silenzio fertile dei mistici, ma quello di chi si trova ai margini, spesso non ascoltato, talvolta ignorato persino da chi dovrebbe custodirlo.
Molti sacerdoti appena ordinati vengono inviati nei contesti più fragili e periferici non per favorirne un’autentica crescita spirituale, ma per logiche che continuano a privilegiare l’anzianità, la rete relazionale, il peso istituzionale. Chi ha più anni di ministero conserva il centro, chi è giovane viene spinto alla periferia. Il modello implicito resta quello della gavetta, dove la marginalità diventa strumento educativo. Ma in realtà ciò che viene insegnato non è il servizio, è l’abbandono.
E questa marginalità non è solo geografica. È psicologica. La mancanza di una comunità viva, la difficoltà di tessere relazioni significative, la prevalenza dei riti funebri sulle celebrazioni di nascita cristiana generano un’immagine del sacerdote come custode della fine, non come seminatore di futuro. In molti contesti rurali, il peso delle attese tradizionali: “il prete deve essere come…”, rende ancora più difficile per i giovani costruire una propria identità vocazionale.
La ricerca scientifica sul burnout clericale, come documentato in studi pubblicati su Pastoral Psychology e nell’indagine condotta da don Giorgio Ronzoni, evidenzia che il disagio nei primi anni di ministero è crescente. L’insoddisfazione cronica conduce all’isolamento, l’isolamento alla depressione, la depressione può generare scissione interna. E da qui, nei casi estremi, si può arrivare al ricovero psichiatrico o addirittura al suicidio. Solo nel 2025, due giovani sacerdoti in Italia si sono tolti la vita. Ufficialmente senza motivi apparenti. Ma il dolore profondo non sempre è visibile, e spesso viene taciuto, minimizzato o addirittura deriso.
I giovani preti, spesso in possesso di più titoli accademici rispetto ai loro predecessori, si ritrovano a essere percepiti come inesperti, fragili e incapaci. Il loro grido di disagio resta spesso inascoltato, se non proprio soffocato. E, quando emerge, rischia di essere bollato come fragilità o come vocazione immatura. Questa non è formazione. È logoramento. E mentre alcuni restano convinti che “il giovane impari servendo da solo”, la realtà mostra che troppi si spengono nel silenzio.
Mi chiedo: quanti giovani sacerdoti devono ancora sacrificarsi, perché chi ha camminato a lungo riconosca che anche fermarsi è un atto di generosità, di coraggio?
Come ricordava papa Benedetto XVI, la Chiesa non ha soltanto bisogno di un rinnovo teologico, ma di un profondo rinnovamento del linguaggio e di una vera conversione nelle relazioni. La vocazione si custodisce insieme, mai nella solitudine. Quando la solitudine è imposta, smette di essere spazio spirituale. Diventa ferita.

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